Il 20 ottobre si celebra in Kenya il Mashujaa Day, la giornata nazionale degli eroi. Mashujaa significa “eroi” in kiswahili: è il giorno in cui il Paese ricorda le donne e gli uomini il cui coraggio e il cui impegno hanno contribuito a plasmare la nazione.
La data non è casuale. Il 20 ottobre 1952 il governo coloniale britannico dichiarò lo stato di emergenza in Kenya, aprendo una delle fasi più dure della lotta per l’indipendenza. Quella stessa notte furono arrestati decine di leader nazionalisti, tra cui il gruppo passato alla storia come i Kapenguria Six.
Chi erano i Kapenguria Six
Sei uomini furono processati a Kapenguria, una remota località nel nord-ovest del Kenya, con l’accusa di dirigere il Mau Mau, un movimento clandestino dichiarato fuorilegge dalle autorità coloniali, e di aver cospirato per uccidere tutti i coloni bianchi del Kenya. Il processo, aperto il 3 dicembre 1952 davanti al giudice Ransley Thacker, si concluse nell’aprile 1953 con la condanna di tutti gli imputati a sette anni di lavori forzati, seguiti da un periodo di restrizione della libertà personale. Storici successivi hanno ampiamente documentato le irregolarità del processo, comprese testimonianze inattendibili e pressioni esercitate sul giudice dal governo coloniale.
- Jomo Kenyatta, già presidente della Kenya African Union, fu il più noto degli imputati. Rilasciato nel 1961, guidò il Kenya all’indipendenza nel 1963 come primo ministro e, l’anno successivo, ne divenne il primo presidente.
- Bildad Kaggia, sindacalista e organizzatore politico, fu rilasciato poco dopo il 1961 e in seguito eletto deputato, ricoprendo anche il ruolo di viceministro dell’Istruzione.
- Kung’u Karumba, imprenditore e tra i fondatori del Mau Mau, è l’unico dei sei a non essere mai entrato in Parlamento dopo l’indipendenza: scomparve nel 1975 durante un viaggio d’affari in Uganda e non fu mai più ritrovato.
- Fred Kubai, sindacalista ed ex operaio delle telecomunicazioni, fu eletto deputato di Nakuru East dal 1963 al 1974 e di nuovo dal 1983 al 1988.
- Paul Ngei fu rilasciato poco dopo il 1961 e divenne in seguito ministro nei governi guidati da Kenyatta.
- Achieng’ Oneko, giornalista e attivista, fu paradossalmente arrestato di nuovo dal governo dello stesso Kenyatta tra il 1969 e il 1974, prima di tornare in Parlamento negli anni successivi.
Kenyatta a Maralal
Pochi sanno che l’ultima tappa della lunga prigionia e restrizione di Kenyatta si trovò proprio a Maralal, a pochi passi da dove lavoriamo oggi. Dopo sette anni di lavori forzati nel carcere di Lokitaung, nell’estremo nord del Kenya, e due anni di arresti domiciliari a Lodwar, l’11 aprile 1961 Kenyatta fu trasferito in una casa alla periferia di Maralal, dove rimase fino al suo rilascio definitivo, il 14 agosto 1961.
La casa, oggi conosciuta come Kenyatta House, è gestita dai National Museums of Kenya come monumento nazionale e conserva fotografie d’epoca, mobili originali e il telefono utilizzato dalla famiglia Kenyatta. Secondo la tradizione locale e le guide del museo, fu proprio in questa casa che Kenyatta completò Facing Mount Kenya, il suo celebre studio sulla cultura kikuyu, lavorando a una scrivania rivolta verso la finestra da cui, nelle giornate più limpide, si scorge ancora oggi la cima del Monte Kenya: da qui, secondo questa versione, il titolo del libro.
Va detto, per onestà storica, che la documentazione accademica racconta una storia diversa: Facing Mount Kenya fu in realtà scritto a Londra negli anni ‘30, come tesi di antropologia alla London School of Economics sotto la supervisione di Bronisław Malinowski, e pubblicato nel 1938, quattordici anni prima del processo di Kapenguria. Resta comunque un fatto certo e suggestivo che Kenyatta abbia trascorso gli ultimi mesi della sua prigionia proprio a Maralal, e che quella casa, con la sua vista sul Monte Kenya, sia diventata parte della memoria collettiva della città in cui lavoriamo ogni giorno.
Il colonialismo britannico e la lotta per l’indipendenza
Per comprendere il processo di Kapenguria bisogna guardare a cosa l’aveva preceduto. Dagli anni ‘20, l’amministrazione coloniale britannica aveva riservato le terre più fertili del Kenya centrale, le cosiddette “White Highlands”, ai coloni europei, spingendo centinaia di migliaia di keniani, in gran parte kikuyu, verso terre sempre più povere o verso il lavoro salariato nelle fattorie dei coloni. Questa disuguaglianza nell’accesso alla terra fu una delle cause profonde della rivolta Mau Mau.
Dopo la dichiarazione dello stato di emergenza, nell’ottobre 1952, il governo britannico rispose con una repressione su larga scala. Tra il 1952 e il 1960, secondo le stime, almeno 70.000 persone sospettate di sostenere il movimento furono detenute senza processo, per periodi dai due ai sei anni, in un sistema di campi noto come “the Pipeline”; alcune ricostruzioni arrivano a stimare fino a 150.000 detenuti. Le condizioni nei campi includevano lavori forzati e violenze diffuse, documentate da testimonianze raccolte decenni più tardi. Nel 1959, la morte di undici detenuti nel campo di Hola, inizialmente attribuita dalle autorità a un avvelenamento dell’acqua e in realtà causata da percosse dei guardiani, provocò uno scandalo che contribuì ad accelerare la fine del dominio coloniale britannico in Kenya.
Il bilancio ufficiale dell’epoca parlava di 32 coloni europei uccisi, a fronte di oltre 1.800 civili africani, più di 3.000 tra poliziotti e soldati africani e circa 12.000 combattenti Mau Mau. Ricerche più recenti e la Commissione keniana per i diritti umani suggeriscono, tra morti, torture e sparizioni, un bilancio complessivo molto più alto. Il Kenya ottenne l’indipendenza il 12 dicembre 1963, con Jomo Kenyatta, l’ex imputato di Kapenguria, come primo capo di governo del Paese libero.
Un libro per approfondire
Per chi desidera approfondire questa storia, consigliamo Histories of the Hanged: Britain’s Dirty War in Kenya and the End of Empire (2005), dello storico britannico David Anderson. Basato su testimonianze raccolte da oltre 800 processi dell’epoca e su archivi rimasti a lungo inaccessibili, il libro ricostruisce la violenza del conflitto da entrambe le parti e documenta come, tra il 1953 e il 1956, oltre mille keniani furono condannati a morte e impiccati, spesso sulla base di accuse inconsistenti o inventate: la più ampia applicazione della pena capitale nella storia dell’impero britannico.
Chi sono gli eroi di oggi
Dal 2010, con la nuova Costituzione del Kenya, il Mashujaa Day ha preso il posto del precedente Kenyatta Day: non più la celebrazione di un solo protagonista, ma un riconoscimento più ampio rivolto a tutte le persone che hanno contribuito al cammino del Paese verso la libertà. È anche un’occasione per chiedersi chi siano gli eroi delle nostre comunità oggi: chi insegna, accompagna, organizza, si prende cura degli altri e crea opportunità, spesso senza clamore. È una domanda che, da organizzazione che lavora ogni giorno al fianco di studenti, insegnanti e famiglie a Maralal, sentiamo vicina.
Fonti: David Anderson, Histories of the Hanged: Britain’s Dirty War in Kenya and the End of Empire (2005); Wikipedia, voci “Kapenguria Six” e “Facing Mount Kenya”; Imperial War Museum, “The Kenya Emergency Explained”; National Museums of Kenya, Kenyatta House (Lodwar e Maralal).